Dove sono gli scapuccioni?                                                                               Home 2002

 

A cura dell’illustre Prof. Gasparetto Alessandro

 (per volpe: non leggere, fa finta di niente e va alle Formazioni…)

 

 

Prof. Gasparetto
(foto Newton)

Cari amici, quella che segue è una confessione a cuore aperto. Ebbene sì, permettete che anche una persona come il sottoscritto, che pensava di averle viste proprio tutte nella vita, che era riuscito a conseguire un equilibrio psicologico e comportamentale basato essenzialmente sull'indifferenza verso le procellose tempeste dell'umana esistenza e sulla disillusione verso le poche momentanee soddisfazioni che ci vengono concesse dagli dèi; che pensava di non dover più provare né gioie né tampoco dolori estremi, avendo conseguito di fare dell'imperturbabilità il suo modus vivendi, alla maniera dei seguaci di Epicuro; permettete adunque che anche una tale persona possa abbandonarsi a momenti di lancinante sconforto quando lo spettacolo che si ritrova davanti agli occhi è di una tale desolazione che nessuna parola umana lo può descrivere con sufficiente pregnanza.

Ecco, io mi guardo attorno, cerco di aguzzare la vista per scorgere all'orizzonte qualche barlume di speranza, prendo in mano la lanterna con cui Diogene il cinico, insuperato maestro di vita, cercava l'uomo e la verità, vado ad esplorare con essa ogni anfratto più recondito ed inaccessibile, mi faccio largo tra gli sterpi di impervie erte montane, raggiungo luoghi ove solo le aquile hanno osato avventurarsi, ove l'aria è talmente rarefatta che vi crescono solo scarsi muschi e licheni; mi arrampico sempre più in alto per poter avere una visione la più vasta possibile della vallata sottostante; ma, giunto allo stremo delle forze, con la poca energia che ancora mi resta, estraggo dalla mia sacca un cannocchiale galileiano e con esso, ruotando lentamente il collo, esploro il territorio che giace ai miei piedi... e, oh dèi, aiutatemi voi!, per quanto mi sforzi e il mio desiderio venga in soccorso delle stanche membra... ebbene, la sciagurata verità è che non riesco a vedere altro che uno squallido biancore e una sterminata desolazione.

Ed è allora, con tutta la forza che rimane nel mio corpo spossato, che lancio un ultimo grido prima di accasciarmi distrutto al suolo: "Dove sonoooo??? dove sono gli scapuccioni???"

Il prof. Gasparetto nell’edizione 2001 della competizione Scapoli – Ammogliati vinta 2-0 dagli ammogliati.

(foto Milan)

Ebbene sì, amici, questo è l'urlo di dolore che ho levato alto al cielo. Perché fra tutte le infamie e le ignominie di cui è costellato questo triste periodo storico, una si eleva sopra ogni altra e fa inorridire ogni essere che conservi un poco di quella umanità che lo distingue dalle bestie brute: per la prima volta dopo un lunghissimo tempo, rischia di scomparire una delle tradizioni più insigni che la nostra generazione ha ereditato dagli avi; una tradizione che ha caratterizzato la nostra peculiare cultura e ha permesso a noi, gente prediletta dagli dèi, di distinguerci per la nostra civiltà rispetto a cotanta barbarie che ci circonda da ogni parte, e contro cui finora abbiamo sempre saputo erigere un vallo a difesa dei nostri valori. E sicuramente voi, gente avveduta, avete ben compreso di che cosa sto parlando: ebbene sì, è con il cuore sommamente gonfio di angoscia che sono costretto, tremebondo e piangente, ad annunciare che oggi, nel funesto anno 2002, è estremamente in pericolo la disputa della partita di Natale.

Ora, amici, perdonatemi se di fronte a siffatta prevista sciagura, molto probabile ma pur tuttavia ancora evitabile, se solo gli dèi lo vorranno, l'uomo saggio si senta legittimato, ed anzi direi costretto dal suo superiore senso morale, a rivendicare il suo orgoglio e la sua dignità.

Io pongo dunque a me stesso, a voi tutti e all'intero orbe terracqueo questa domanda, la stessa che già risuonò al culmine del mio solingo peregrinare: "DOVE SONO GLI SCAPUCCIONI???".

Il Prof. in un intervento presso la FIFA per perorare la causa degli scapoli.

Perché qui non stiamo parlando solo di una partita di calcio, o di un rito che col passare del tempo ha acquisito un significato importante per tutti coloro che hanno il privilegio di parteciparvi; dirò di più, non stiamo parlando solamente di una tradizione tramandataci dagli avi che interrompere sarebbe oltremodo nefasto, oltre che palese spregio di tutte le leggi umane e divine; perché, e prestatemi bene attenzione, o amici, essere scapuccione non è tanto una casualità o un destino, o una scelta più o meno consapevole compiuta in momenti particolarmente felici o, al contrario, pregni di melanconia; non è nemmeno un modo di essere, vuoi temporaneo oppure definitivo: la scapuccionità, è una categoria dello spirito, un'idea pura che alligna nel mondo iperuranio di platonica memoria, una tesi hegeliana contrapposta antiteticamente alla grigia e bieca quotidianità che ammanta le esistenze degli innumerevoli lacché della mediocrità.

E allora amici, permettetemi di concludere questa mia confessione con un invito alla speranza, cui l'uomo saggio fa appello proprio nel momento in cui tutto intorno a sé sembra irrimediabilmente perduto: come la minuscola brace che sembra sul punto di estinguersi sotto un cumulo di ceneri può, trasportata dal vento, attizzare il covone il quale, ardendo con novello vigore, può estendere l'incendio al campo di grano e alla vicina foresta; così anche la scapuccionità, indebolita ma mai annientata, potrà riprendere nuove forze al prossimo mutar del vento, e procedere a vele spiegate a solcare di nuovo i mari con piglio deciso, e a riprendere possesso di anime che l'avevano incautamente abbandonata.

Il Prof. con uno dei soliti personaggi che si intrufolano nelle foto.

 

 

P.S.: d'altra parte, trattasi di semplice osservazione sperimentale: dopo l'ondata di (nell'ordine) lauree, fidanzamenti, convivenze, matrimoni, putini... è staticamente inevitabile l'arrivo della prossima ondata purificatrice: quella delle separazioni e dei divorzi.